Quando pensiamo a Jane Goodall, la vediamo tra gli alberi della Tanzania, circondata dagli scimpanzé che ha studiato per una vita intera. La pioniera della primatologia, scomparsa il 2 ottobre 2025 in California a 91 anni, ha dedicato la sua esistenza a capire gli animali e il legame profondo che ci unisce a loro.
Eppure, dietro la scienziata simbolo dei primati si nascondeva una verità semplice e sorprendente: quando le chiedevano quale fosse il suo animale preferito, Jane rispondeva senza esitazione — il cane.
Perché sono stati proprio i cani, con la loro empatia silenziosa e la fiducia senza condizioni, a insegnarle per primi come leggere gli animali, a coglierne i segnali e le emozioni. È da quel legame originario che è nato lo sguardo unico con cui Jane Goodall ha cambiato per sempre il modo in cui vediamo la natura.
L’infanzia londinese e i primi maestri a quattro zampe
Nata a Londra il 3 aprile 1934, Jane crebbe in una famiglia in cui gli animali domestici erano compagni quotidiani. Più dei libri (anche se Tarzan e Dr. Dolittle alimentarono presto la sua immaginazione), furono i cani di casa a mostrarle che ogni animale ha una personalità distinta, emozioni complesse e una capacità di comunicare con l’uomo che va oltre il linguaggio.
“Sono stati i miei primi maestri”, raccontava spesso, sottolineando come proprio grazie a loro avesse imparato l’importanza del legame di fiducia e del rispetto reciproco.
Il cane, più dell’amico scimpanzé
La dichiarazione che più ha fatto sorridere il pubblico è rimasta una delle sue più celebri:
“Il mio animale preferito è il cane. Lo scimpanzé è troppo simile all’uomo. Non sempre piacevole. I cani, invece, ti offrono un amore incondizionato. Non potrei immaginare un mondo senza di loro.”
Un’affermazione che ribalta l’idea comune: chi studia i primati non ha come preferiti i primati stessi. La spiegazione? Proprio quella fiducia cieca che un cane riesce a dare, senza giudizi, senza calcoli.
Un compleanno speciale sulla spiaggia con 90 cani
Per celebrare i suoi 90 anni, nel marzo 2024, il Wildlife Conservation Network organizzò per lei una festa a Carmel Beach, in California. Ad attenderla non c’erano solo amici e colleghi, ma ben 90 cani, tanti quanti le sue candeline.
Jane li accolse con bastoncini lanciati tra le onde, carezze e giochi. I presenti raccontano che mentre le persone erano quasi in soggezione, i cani erano semplicemente felici. Era la conferma di ciò che lei stessa ripeteva: i cani non giudicano, gli esseri umani (e a volte gli scimpanzé) sì.
Fonte: Lorem Ipsum
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Lezioni di osservazione nate in giardino
Molto prima di diventare l’icona che conosciamo, Jane Goodall affinava già la sua arte dell’osservazione. Da bambina restava per ore a studiare gli animali, come quando a cinque anni si nascose per capire come una gallina deponeva le uova. Ma furono soprattutto i cani di casa a insegnarle a leggere i segnali più sottili — uno sguardo, un gesto, una postura — capacità che anni dopo avrebbe portato con sé nel Gombe Stream Reserve, dove decise di dare un nome, e non un numero, a ogni scimpanzé.
Per Jane, l’empatia verso i cani era la chiave per comprendere tutti gli animali: se impariamo a riconoscere emozioni e personalità nei nostri compagni a quattro zampe, possiamo imparare anche a guardare la natura con rispetto. Perché, diceva, guardare un cane negli occhi è il primo passo per capire davvero il mondo che ci circonda.
I cani come specchio del nostro rapporto con la natura
Il nome di Jane Goodall resterà per sempre legato agli scimpanzé di Gombe, ma la sua eredità va ben oltre. Con i suoi libri, le conferenze, l’attivismo e il Jane Goodall Institute, ha insegnato al mondo che ogni animale è un individuo, degno di rispetto ed empatia.
Eppure, i suoi primi maestri non furono i primati, ma i cani — capaci di amore incondizionato e di quella comunicazione silenziosa che ha ispirato tutta la sua visione dell’etologia. La bambina londinese che giocava con loro è diventata la donna che ha cambiato la scienza, ricordandoci una verità semplice e profonda: ogni essere vivente conta.
Autrice: Federica Vergnano Rasmussen