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Alaska: Eroi salvano i cani dai villaggi allagati a seguito del tifone Halong.

Alaska: Eroi salvano i cani dai villaggi allagati a seguito del tifone Halong.

Immagine di Team Animal House -
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Immagine di Tempo di lettura: 3 minuti
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Nelle zone remote della costa occidentale dell’Alaska, in particolare nel delta Yukon-Kuskokwim, la forza dei resti del tifone Halong ha provocato danni catastrofici a villaggi costieri, case distrutte, evacuazioni di massa e condizioni ambientali al limite della sopravvivenza.
In mezzo a questo scenario quasi apocalittico, una piccola missione ha fatto la differenza: salvare i cani rimasti indietro, quando ormai gli esseri umani avevano lasciato tutto alle spalle.

Villaggi travolti dall'acqua.

Nell’ottobre 2025, le comunità costiere dell’Alaska occidentale hanno subito l’impatto del tifone Halong con venti fino a 172 km/h e mareggiate capaci di sollevare case intere dalle fondamenta.
Tra i villaggi più colpiti, Kipnuk e Kwigillingok: a Kipnuk si stima che il 90 % delle abitazioni sia stato distrutto o reso inabitabile.
Le autorità hanno evacuato oltre 1.000 persone, mentre strade, piste e collegamenti sono stati letteralmente cancellati dal paesaggio.

E gli animali? Rimasti fuori dalla lista dei passeggeri.

Animali lasciati indietro.

Durante le evacuazioni, i voli militari non ammettevano animali domestici. In una regione senza strade, dove l’unico modo per muoversi è in aereo o in barca, questo ha significato una cosa sola: i cani erano intrappolati.

L’associazione locale Bethel Friends of Canines ha stimato che nel solo villaggio di Kipnuk potessero esserci tra 50 e 100 cani rimasti senza assistenza.
Così, un gruppo di volontari ha deciso che non li avrebbe lasciati indietro.

Fonte: Lorem Ipsum

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La missione di salvataggio.

Da Bethel, una piccola città dell’Alaska interna, sono partiti voli charter a elica carichi di casse di plastica sigillate da fascette. Dentro, uno dopo l’altro, i cani venivano caricati e trasportati lontano dall’acqua e dal gelo.
Ogni volo costava circa 3.000 dollari — cifra enorme per un’associazione di volontari — ma la raccolta fondi online ha superato i 22.000 dollari in pochi giorni.

La veterinaria Susan Shaffer Sookram, che ha accolto i primi arrivi a Bethel, ha raccontato che uno dei cani portava un collare grigio con inciso “Happy”. Quando ha aperto la cassa, il cane tremava. “Ce l’hai fatta, Happy!”, gli ha detto sorridendo.

È stato il primo di molti.

Gli eroi rimasti nel villaggio.

A Kipnuk, mentre gli ultimi abitanti venivano evacuati, alcuni insegnanti sono rimasti volontariamente per prendersi cura dei cani. Hanno dato loro da mangiare, li hanno radunati e portati fino alla pista d’atterraggio.

 

“Senza di loro avremmo dovuto inseguire i cani tutta la notte nel fango.”

L’insegnante Jacqui Lang ha raccontato che Happy si rifiutava di muoversi, sdraiato sugli abiti del suo proprietario. Alla fine, anche lui è salito sull’aereo, diretto verso Bethel.

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Cani e comunità: una storia di resilienza.

Nel rifugio di Bethel, abituato a ospitare al massimo venti cani, ne arrivano fino a quindici per volo. Nonostante la confusione, i volontari raccontano che i cani dei villaggi sono incredibilmente resilienti: dopo giorni di paura, riescono a riadattarsi in fretta.
Molti verranno ricongiunti ai proprietari evacuati ad Anchorage, altri troveranno nuove famiglie temporanee fino alla ricostruzione dei villaggi.

Questa storia ha riacceso un tema spesso trascurato: la gestione degli animali domestici nelle emergenze. Perché, come dimostra Happy, a volte serve un piccolo aereo per ricordarci che la fedeltà non si evacua.

Cosa possiamo imparare e applicare.

Certo, non viviamo in Alaska e nessuno di noi ha un aereo a elica parcheggiato in garage. Ma qualcosa da questa storia possiamo prenderlo lo stesso.
Ecco qualche spunto pratico per chi ha un cane, gestisce un rifugio o lavora nel mondo degli animali.

1. Identificazione chiara.

Collare con nominativo, microchip aggiornato, magari anche una pettorina con numero di telefono. A Kipnuk ha fatto la differenza: sapevano chi era ogni cane.

2. Kit d’emergenza per animali.

Non serve un tifone per trovarsi nei guai. Prepara un mini-kit con cibo non deperibile, acqua, medicinali base, libretto veterinario, guinzaglio lungo e un box portatile. Sì, sembra da maniaci del controllo. Ma ti assicuro: quando serve, ringrazi te stesso.

3. Rete di supporto locale.

Conosci rifugi, veterinari, volontari e gruppi locali. A Kipnuk, senza l’aiuto degli insegnanti, molti cani non ce l’avrebbero fatta.

4. Sapere quando e come intervenire.

Riconoscere i segnali di stress o paura — come quelli di Happy — può salvare una vita. Un cane in panico non ragiona, ma se lo avvicini nel modo giusto, puoi aiutarlo.

5. Valorizzare la comunità e la storia.

Le storie contano. Parlare di accessori, rifugi o adozioni non è solo “vendere un prodotto”: è raccontare un gesto di cura. I cani di Kipnuk non sono stati semplicemente trasportati — sono stati salvati.

Fonte: Lorem Ipsum

Fonte: Lorem Ipsum

Quindi, dobbiamo preoccuparci?

La vicenda dei cani salvati dopo il tifone Halong ricorda che anche nei luoghi più freddi e remoti, l’empatia trova un modo per decollare.
Un gruppo di insegnanti, volontari e una veterinaria hanno dimostrato che, a volte, basta un piccolo aereo — e una grande dose di umanità — per cambiare il destino di un villaggio intero.

E se un giorno dovesse arrivare la tempesta — metaforica o reale — forse ci basterà ricordarci di Happy per sapere da che parte stare.

Autrice: Federica Vergnano Rasmussen

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