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La storia di Laika, il cane mandato nello spazio senza ritorno

La storia di Laika, il cane mandato nello spazio senza ritorno

Immagine di Team Animal House -
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Immagine di Tempo di lettura: 6 minuti
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Prima di diventare un nome legato per sempre alla storia dello spazio, Laika era una cagnolina randagia raccolta per le strade di Mosca.

Non apparteneva a una famiglia famosa.
Non era nata per diventare un simbolo.
Non aveva scelto il proprio destino.

Era una piccola meticcia, docile e resistente, selezionata dal programma spaziale sovietico in un momento in cui la corsa allo spazio era diventata anche una dimostrazione politica.

Il 3 novembre 1957, a meno di un mese dal lancio dello Sputnik 1, Laika venne mandata in orbita a bordo dello Sputnik 2.

Entrò così nella storia come il primo animale a orbitare intorno alla Terra.

Ma dietro quel primato esiste una verità dolorosa: la missione non era stata progettata per riportarla a casa.

Da randagia di Mosca a passeggera dello Sputnik 2

Negli anni Cinquanta, l’Unione Sovietica utilizzava spesso cani randagi per gli esperimenti aerospaziali.

La scelta non era casuale.

I ricercatori ritenevano che i cani abituati a vivere per strada fossero più resistenti al freddo, alla fame e alle condizioni difficili. Inoltre, le femmine venivano preferite perché considerate più piccole e più facili da sistemare negli spazi stretti delle capsule.

Laika non era l’unica candidata.

Prima del lancio, diversi cani furono sottoposti a test per valutare resistenza, comportamento, adattamento agli spazi ridotti e reazione ai rumori.

Il suo nome originario era Kudryavka, che significa più o meno “ricciolina”. In seguito venne conosciuta come Laika, termine legato al suo abbaiare.

A sceglierla furono proprio le qualità che avrebbero dovuto proteggerla: era tranquilla, gestibile e capace di sopportare condizioni estreme.

 

“Laika non fu soltanto il primo animale in orbita. Fu anche il volto più fragile di una corsa allo spazio che correva più veloce della compassione.”

La preparazione dello Sputnik 2 fu rapidissima.

Dopo il successo dello Sputnik 1, l’Unione Sovietica voleva ottenere un nuovo risultato simbolico in tempi brevissimi. La missione fu quindi costruita in fretta, con l’obiettivo di dimostrare che un essere vivente poteva raggiungere l’orbita terrestre.

La capsula conteneva un piccolo abitacolo pressurizzato, strumenti per monitorare i parametri vitali di Laika e un sistema di supporto alla vita.

Ma mancava l’elemento più importante: un sistema per farla rientrare viva sulla Terra.

Chi lavorava al progetto sapeva che Laika non sarebbe tornata.

La sua missione era, fin dall’inizio, un viaggio senza ritorno.

Fonte: La Stampa

Fonte: La Stampa

Il lancio e le prime ore nello spazio

Il 3 novembre 1957, Sputnik 2 partì dal cosmodromo di Baikonur.

Durante il lancio, Laika fu sottoposta a rumori, vibrazioni e accelerazioni fortissime. I dati raccolti mostrarono che il suo battito cardiaco e la respirazione aumentarono drasticamente.

Riuscì comunque a raggiungere l’orbita viva.

Per gli scienziati sovietici, questo rappresentava un dato enorme: dimostrava che un organismo vivente poteva sopravvivere alla fase di lancio e all’ingresso in orbita.

Ma la situazione all’interno della capsula peggiorò rapidamente.

Un problema nel sistema di controllo termico fece salire la temperatura. La cabina diventò troppo calda e Laika morì probabilmente dopo poche ore, a causa del surriscaldamento e dello stress.

Per anni, però, la versione diffusa fu diversa.

Si parlò di una sopravvivenza di diversi giorni e di una morte programmata alla fine della missione. Solo molto tempo dopo emerse con maggiore chiarezza che Laika non aveva vissuto nello spazio per una settimana, ma molto meno.

Un sacrificio nascosto dietro il mito

Laika divenne subito un simbolo.

Per l’Unione Sovietica rappresentava il progresso, il coraggio scientifico e la capacità di spingersi oltre i limiti conosciuti.

Il suo volto apparve su francobolli, poster, libri e racconti. In molti Paesi venne ricordata come una piccola eroina dello spazio.

Ma un simbolo può nascondere una domanda scomoda.

Quanto vale un successo scientifico quando viene costruito sul sacrificio consapevole di un animale?

All’epoca, la sensibilità verso il benessere animale era molto diversa da quella attuale. Gli esperimenti sugli animali erano considerati una tappa quasi inevitabile per preparare i voli umani.

E in effetti, i dati raccolti nelle missioni con animali contribuirono a comprendere come il corpo potesse reagire al lancio, all’assenza di peso e all’ambiente spaziale.

Ma nel caso di Laika resta una ferita particolare: non fu mandata nello spazio con il rischio di non tornare. Fu mandata sapendo che non sarebbe tornata.

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Laika e la corsa allo spazio

Il lancio di Laika avvenne in piena Guerra Fredda.

Stati Uniti e Unione Sovietica non stavano gareggiando soltanto per raggiungere lo spazio. Stavano usando ogni successo tecnologico come dimostrazione di forza politica, militare e scientifica.

Sputnik 1 aveva già scosso il mondo, diventando il primo satellite artificiale in orbita terrestre.

Sputnik 2 doveva andare oltre.

Doveva mostrare che lo spazio non poteva ospitare soltanto una macchina, ma anche un essere vivente.

Da questo punto di vista, Laika aprì una strada che avrebbe portato, pochi anni dopo, al volo umano.

Nel 1961 Yuri Gagarin diventò il primo uomo nello spazio, a bordo della Vostok 1.

Ma prima di lui ci furono molti animali usati come pionieri involontari: cani, scimmie, topi e altre creature mandate in condizioni che oggi pongono interrogativi etici profondi.

Laika fu la più ricordata perché la sua storia unisce due elementi impossibili da separare: un traguardo storico e un sacrificio irreversibile.

Il rimorso arrivato anni dopo

Con il passare del tempo, anche alcuni scienziati coinvolti nel programma sovietico espressero rimorso.

Oleg Gazenko, uno dei medici legati alla missione, ammise molti anni dopo che più passava il tempo, più si sentiva dispiaciuto per ciò che era accaduto.

Questa frase è diventata una delle più citate quando si parla di Laika, perché restituisce umanità a una vicenda spesso raccontata solo come conquista scientifica.

Il punto non è negare l’importanza storica della missione.

Il punto è riconoscere che quella missione ebbe un costo.

Laika non era una macchina.
Era un animale vivo, capace di paura, stress, dolore e attaccamento.

E proprio per questo la sua storia continua a colpire ancora oggi.

Non perché sia solo triste, ma perché obbliga a guardare il rapporto tra progresso e responsabilità.

Fonte: Giano Public History Aps

Fonte: Giano Public History Aps

Cosa resta davvero

Laika viene spesso ricordata come il primo cane nello spazio.

Ma questa definizione, da sola, non racconta abbastanza.

Laika fu il primo animale a orbitare intorno alla Terra, ma fu anche una cagnolina randagia scelta perché piccola, resistente e docile.

Fu celebrata come eroina, ma non ebbe la possibilità di tornare.

Fu trasformata in simbolo, ma prima di tutto era un essere vivente.

La sua storia deve essere raccontata anche come una pagina dolorosa della relazione tra esseri umani e animali.

Ci ricorda che la scienza ha bisogno di conoscenza, ma anche di limiti.Ci ricorda che dietro alcune conquiste esistono vite che non hanno potuto scegliere.

Laika non sapeva di partecipare alla corsa allo spazio.
Non sapeva di rappresentare una nazione.
Non sapeva che il mondo avrebbe ricordato il suo nome.

Era una cagnolina salita su una capsula senza ritorno.

E se la sua storia continua a commuovere, è perché dentro quel viaggio non vediamo soltanto il primo passo di un essere vivente verso le stelle.

Quella di non dimenticare mai che ogni progresso dovrebbe misurarsi non solo da quanto lontano riesce ad arrivare, ma anche da quanta vita sceglie di rispettare lungo il cammino.

 

Autore: Mauro Calabrese

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