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Clay Luthy, il veterano assunto insieme al suo cane d’assistenza Charlotte

Clay Luthy, il veterano assunto insieme al suo cane d’assistenza Charlotte

Immagine di Team Animal House -
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Immagine di Tempo di lettura: 7 minuti
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Clay Luthy e Charlotte si presentarono insieme a un colloquio in un negozio Lowe’s di Abilene, in Texas. Lui era un veterano dell’Aeronautica militare statunitense con una disabilità. Lei, una Golden Retriever addestrata ad assisterlo.

Dopo il servizio militare e diversi interventi alle ginocchia, Clay cercava un impiego compatibile con le proprie condizioni. Ma esisteva un requisito indispensabile: Charlotte doveva accompagnarlo anche durante il lavoro.

Non tutti gli ambienti professionali erano pronti ad accogliere questa necessità. Lowe’s, invece, valutò le competenze di Clay senza considerare il suo cane un ostacolo.

Clay venne assunto e Charlotte iniziò ad accompagnarlo tra le corsie, indossando una piccola pettorina con i colori dell’azienda.

Una fotografia scattata da una cliente rese la coppia famosa. Dietro quell’immagine non c’era però soltanto un cane con un’uniforme: c’era un esempio concreto di inclusione lavorativa.

Dopo tre missioni, una nuova battaglia da affrontare

Clay aveva prestato servizio nell’United States Air Force, partecipando a tre missioni in Iraq.

Le conseguenze fisiche lo avevano portato ad affrontare cinque operazioni alle ginocchia. Non riusciva più a piegare completamente la gamba sinistra e alcune attività erano diventate difficili.

Dopo aver lavorato per diversi anni come tuttofare, iniziò a cercare un’occupazione più stabile e compatibile con la propria disabilità.

Charlotte non era semplicemente il suo animale domestico. Era addestrata ad aiutarlo a rialzarsi quando non riusciva a farlo autonomamente.

Lavorare senza di lei non significava rinunciare a una preferenza personale, ma a un supporto essenziale per la propria sicurezza e autonomia.

 

“Lowe’s non vide un candidato accompagnato da un problema. Vide un lavoratore insieme al supporto che gli permetteva di esserlo.”

Clay conosceva già il negozio Lowe’s di Ridgemont Drive, ad Abilene. Fu sua moglie a suggerirgli di presentare la candidatura proprio lì.

Al colloquio arrivò insieme a Charlotte. Il responsabile delle risorse umane valutò Clay per la sua esperienza, senza trasformare la presenza del cane in un impedimento.

Il 3 ottobre 2016, Clay iniziò a lavorare part-time nel punto vendita, accompagnato quotidianamente dalla Golden Retriever.

Formalmente il contratto apparteneva soltanto a lui. Charlotte, però, era indispensabile per permettergli di lavorare e venne accolta come una componente naturale della sua quotidianità professionale.

Fonte: Instagram

Fonte: Insatgram

Il lavoro quotidiano tra le corsie di Lowe’s

Clay venne assegnato a mansioni compatibili con le sue condizioni, assistendo i clienti e lavorando anche nel reparto vernici.

Charlotte rimaneva accanto a lui durante i turni e disponeva di uno spazio tranquillo nel quale riposare quando il suo intervento non era necessario.

La Golden Retriever non serviva i clienti e non riceveva uno stipendio. La pettorina Lowe’s era un gesto simbolico, pensato per integrarla nell’ambiente e rendere comprensibile il suo ruolo.

Per chi entrava nel negozio, però, i due apparivano come una vera squadra di lavoro.

Clay offriva indicazioni e assistenza. Charlotte restava pronta ad aiutarlo se avesse avuto difficoltà a muoversi o a rialzarsi.

La normalità della scena era il suo elemento più importante: Clay non veniva ridotto alla disabilità e Charlotte non era un’attrazione. Erano un lavoratore e il cane che gli consentiva di operare in sicurezza.

La fotografia che fece il giro del mondo

Dopo circa due mesi, una cliente di nome Judy Dechert Rose incontrò Clay e Charlotte tra le corsie.

Colpita dalle pettorine abbinate, scattò una fotografia e la pubblicò su Facebook, raccontando che Lowe’s aveva accolto il veterano e il suo cane d’assistenza.

L’immagine divenne rapidamente virale e attirò l’interesse di centinaia di testate statunitensi.

Charlotte conquistò anche i clienti del negozio, molti dei quali iniziarono a riconoscerla e a cercarla durante le proprie visite.

La fotografia funzionava perché raccontava una storia immediata: un uomo, un cane, due pettorine e un’azienda che aveva scelto di adattare il luogo di lavoro alla persona, anziché escluderla.

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Un cane d’assistenza non è un semplice animale da compagnia

Un cane d’assistenza è addestrato individualmente a svolgere compiti direttamente collegati alla disabilità della persona con cui vive.

Può recuperare oggetti, segnalare un episodio medico, offrire stabilità negli spostamenti oppure aiutare qualcuno a rialzarsi.

Charlotte svolgeva proprio quest’ultima funzione. Quando Clay cadeva o non riusciva a sollevarsi, gli offriva il sostegno necessario per recuperare la posizione eretta.

La sua presenza non aveva quindi soltanto una funzione affettiva.

Negli Stati Uniti, questo distingue legalmente i cani d’assistenza dagli animali che offrono esclusivamente compagnia o supporto emotivo.

Non sono la razza o la pettorina a definirne il ruolo, ma l’addestramento a eseguire azioni specifiche legate alla disabilità.

Chiedere a Clay di lavorare senza Charlotte sarebbe stato simile a chiedere a un altro dipendente di rinunciare a un ausilio necessario alla propria autonomia.

Quando l’inclusione diventa una soluzione concreta

Lowe’s non offrì a Clay un trattamento di favore.

Riconobbe che un lavoratore può svolgere pienamente le proprie mansioni quando riceve un adattamento adeguato dell’ambiente professionale.

Charlotte era addestrata, restava sotto il controllo di Clay e non ostacolava il normale funzionamento del negozio.

L’azienda si concentrò quindi sulle competenze del candidato e sulle condizioni pratiche necessarie per consentirgli di lavorare.

La normativa statunitense tutela i lavoratori con disabilità e prevede la valutazione di accomodamenti ragionevoli, purché non comportino difficoltà eccessive o rischi concreti.

La presenza di un cane d’assistenza può rientrare tra questi adattamenti e non dovrebbe essere respinta sulla base di pregiudizi o timori generici.

Nel caso di Clay non fu necessario trasformare completamente il luogo di lavoro. Bastò permettere a Charlotte di restare accanto alla persona per la quale era stata addestrata.

Fonte: Instagram

Fonte: Instagram

Cosa resta davvero

La storia di Clay Luthy e Charlotte viene spesso raccontata come quella del negozio che assunse un veterano e il suo cane.

La frase non è tecnicamente esatta: il dipendente era Clay, mentre Charlotte lo accompagnava come cane d’assistenza.

Eppure descrive bene ciò che accadde.

Lowe’s non accettò Clay a condizione che rinunciasse a una parte essenziale della propria autonomia. Accolse la coppia, comprendendo che separare il lavoratore dal suo supporto avrebbe significato escluderlo dal lavoro.

Charlotte ricevette una pettorina aziendale, uno spazio per riposare e la possibilità di accompagnarlo durante i turni.

Clay ricevette ciò di cui aveva bisogno: non compassione, ma un’opportunità professionale compatibile con la propria condizione.

La fotografia diventata virale dimostra quanto spesso le persone non vengano escluse perché incapaci, ma perché gli ambienti non sono disposti a cambiare procedure costruite attorno a un unico modello di lavoratore.

L’inclusione comincia quando la domanda non è più: “Perché questa persona ha bisogno di qualcosa di diverso?”

Ma diventa: “Cosa possiamo fare perché possa svolgere il proprio lavoro?”

Clay aveva esperienza e volontà di ricominciare. Charlotte gli offriva il sostegno necessario.

Lowe’s scelse di non considerare quella relazione un problema, ma una condizione da comprendere e accogliere.

Ed è forse proprio questo che resta davvero: non sempre serve creare un posto speciale per includere qualcuno.

A volte basta rendere accessibile quello che esiste già.

 

Autore: Mauro Calabrese

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