Cosa cambia davvero (e cosa no) con il nuovo DDL, secondo le associazioni animaliste
Il 29 maggio 2025 il Senato ha approvato in via definitiva il cosiddetto DDL Brambilla, un disegno di legge atteso da anni, che si propone di riformare i reati contro gli animali introducendo pene più severe e riconoscendo loro un nuovo status giuridico.
Ma dietro l’euforia di certi titoli di giornale e l’entusiasmo di parte del mondo politico, molte associazioni animaliste hanno sollevato dubbi concreti, chiedendo di guardare oltre la superficie.
Cosa promette la legge?
Sulla carta, il DDL 1080-B introduce importanti novità:
- Gli animali vengono finalmente definiti esseri senzienti da tutelare in quanto tali, non più solo in relazione al “sentimento umano” nei loro confronti.
- Aumentano le sanzioni pecuniarie per chi maltratta o uccide un animale (fino a 60.000 euro).
- Sono previste pene detentive: fino a 4 anni per uccisione, fino a 2 per maltrattamenti.
- Viene introdotto il divieto di tenere cani alla catena, con multe fino a 5.000 euro.
- Si vieta la produzione e vendita di pellicce di gatto domestico.
- Si colpisce il traffico illecito di cuccioli con pene da 4 a 18 mesi di carcere.
Fin qui, il quadro sembra positivo. Ma le principali associazioni animaliste – ENPA, LAV, OIPA, LNDC – invitano a guardare più da vicino.
Cosa denunciano le associazioni?
Il punto più critico riguarda l’efficacia reale delle pene introdotte.
Secondo le associazioni, nonostante gli aumenti apparenti, le sanzioni restano di fatto inapplicabili nella maggior parte dei casi, perché rientrano ancora al di sotto della soglia minima di punibilità prevista dal Codice Penale (art. 131 bis).
Lo ha spiegato con grande chiarezza Enrico Rizzi, noto attivista e difensore dei diritti animali:
“Il DDL Brambilla è stato approvato in Senato, senza le modifiche richieste da tantissime associazioni animaliste. Chi maltratta gli animali, chi li uccide, continuerà a NON varcare minimamente il carcere perché le pene sono rimaste sotto la soglia minima di punibilità. Non cascate alle MENZOGNE che i giornali vi stanno raccontando.”
La critica non è contro lo spirito della legge, ma contro la sua concreta capacità di incidere: senza l’esclusione dell’art. 131 bis, che permette ai giudici di ritenere “di lieve entità” anche reati gravi, la giustizia rischia di restare simbolica.
Una legge buona nelle intenzioni, ma incompleta nei fatti.
Le associazioni avevano chiesto:
- Eliminazione o la limitazione del 131 bis per i reati contro animali,
- Aumento reale delle pene oltre le soglie minime,
- Introduzione di aggravanti per sevizie e reiterazione,
- Obbligo di confisca e l’affidamento a strutture etiche.
Nulla di tutto questo è stato accolto.
Una “mezza riforma” che può generare frustrazione.
L’ENPA parla di “occasione persa”.
La LAV denuncia il rischio di una disillusione collettiva: chi si aspettava giustizia piena per i maltrattamenti potrebbe trovarsi davanti all’ennesima archiviazione.
La LNDC chiede un impegno ulteriore e denuncia la “mancanza di coraggio politico”.
E Rizzi rincara:
“Una buffonata utile solo a qualcuno che ora avrà tempo per andare in TV a dire ‘merito mio’. Agli animali, purtroppo, non resta che piangere ancora una volta. Oggi è l’ennesimo giorno triste per loro.”
Quindi, cosa cambia davvero?
Punti positivi:
- Riconoscimento giuridico degli animali come esseri senzienti;
- Divieto di catena e stop a traffico e pellicce;
- Sanzioni economiche aumentate.
Limiti evidenti:
- Pene detentive non effettivamente applicabili;
- Nessuna modifica alla tenuità del fatto;
- Nessuna svolta vera nella repressione penale.
E ora? Più che mai, conta l’impegno di tutti.
Noi di Animal House crediamo che la tutela degli animali non debba limitarsi alla legge, ma partire dalla vita quotidiana:
- Scegliere prodotti cruelty-free,
- Rispettare le loro esigenze,
- Denunciarne ogni abuso.
La Legge Brambilla segna un passo in avanti, ma non la rivoluzione promessa.
Serve una politica più coraggiosa, che ascolti davvero chi ogni giorno difende gli animali con i fatti, non con i microfoni.
Nel frattempo, la responsabilità è anche nostra.
Autrice: Federica Vergnano Rasmussen
Fonti: lazampa.it, IlSole24Ore, Ansa