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Kate Ward, la donna che salvò oltre 600 cani randagi

Kate Ward, la donna che salvò oltre 600 cani randagi

Immagine di Team Animal House -
Team Animal House -
Immagine di Tempo di lettura: 3 minuti
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Kate Ward e i cani randagi sono diventati una sola storia nelle strade di Camberley, in Inghilterra.

Per oltre trent’anni questa donna minuta, diventata famosa come “Camberley Kate”, accolse animali abbandonati, feriti o destinati all’eutanasia, trasformando la propria piccola casa in un rifugio molto prima che il concetto di rescue fosse diffuso come oggi.

Quando morì nel 1979, a 84 anni, si stimava che avesse accudito e salvato oltre 600 cani. Nel 1975, durante un’intervista, aveva già raccontato di essere arrivata al cinquecentesimo.

Dietro quel numero, però, c’erano centinaia di storie individuali.

Cani che qualcuno aveva lasciato indietro e che, con Kate, avevano trovato finalmente qualcuno disposto a fermarsi.

Tutto cominciò da un levriero che doveva morire

Kate Ward nacque nel 1895 a Middlesbrough e rimase orfana quando era ancora bambina. Dopo anni trascorsi lavorando nel servizio domestico, si trasferì nell’area di Camberley e nel 1943 acquistò un piccolo cottage a Yorktown.

Fu proprio in quel periodo che incontrò un levriero zoppo davanti allo studio di un veterinario. Il cane era destinato all’eutanasia.

Kate decise di portarlo con sé.

Vissero insieme per altri otto anni e mezzo, diventando inseparabili. Quando il cane morì, invece di chiudere quella parte della sua vita, Kate scelse di trasformare il dolore in qualcosa di nuovo: avrebbe continuato ad aiutare altri animali in sua memoria.

Da quel momento la sua casa cominciò a riempirsi.

Arrivavano cani recuperati dalla polizia, animali trovati per strada e altri che qualcuno lasciava direttamente davanti alla sua porta. Alcuni venivano perfino abbandonati legati all’ingresso o dentro borse della spesa.

 

“Quando tutti vedevano un cane di troppo, Kate Ward vedeva una vita che meritava ancora una possibilità.”

Non disponeva di una grande struttura né delle risorse di un moderno rifugio.

Aveva una casa, moltissima determinazione e una regola che avrebbe accompagnato tutta la sua vita: non voltarsi dall’altra parte davanti a un animale in difficoltà.

Ed è proprio quella scelta, ripetuta centinaia di volte, a trasformarla da semplice amante dei cani in una figura rimasta nella memoria di un’intera città.

Fonte: Chiamami Città

Fonte: Chiamami Città

Il carretto verde che tutti riconoscevano a Camberley

Con il passare degli anni, Kate diventò impossibile da non notare.

Ogni giorno attraversava Camberley spingendo un carretto di legno dipinto di verde con la scritta “Ward Stray Dogs”. All’interno viaggiavano soprattutto i cani più anziani, piccoli o malati; gli altri camminavano accanto a lei durante il percorso verso il centro della città.

Quell’immagine diventò parte del paesaggio locale.

Non era soltanto una passeggiata: Kate sfruttava quelle uscite anche per raccogliere ciò che serviva agli animali e far conoscere i cani che cercavano una sistemazione.

Dietro quell’insolita processione c’era una vera attività quotidiana di recupero, cura e ricollocamento.

Molti dei cani non sarebbero rimasti con lei per sempre. Venivano accuditi e, quando possibile, trovavano una nuova famiglia in altre parti dell’Inghilterra. In un’intervista del 1960, Kate spiegò di aver avuto cani di ogni tipo e dimensione e di averne sistemati molti altrove.

Una casa aperta agli animali che nessuno voleva

Il numero di cani presenti contemporaneamente cambiava continuamente.

Nel 1975, ormai ottantenne, Kate viveva ancora con 24 cani e raccontava di averne accolti più di 500 nel corso degli anni. Quattro anni più tardi, alla sua morte, la stima complessiva aveva superato quota 600.

Non erano scelti perché giovani, belli o facilmente adottabili.

Tra loro c’erano animali anziani, feriti, abbandonati e cani che rischiavano di essere soppressi semplicemente perché nessuno li voleva.

Il veterinario locale Geoffrey Craddock, ricordato dalle ricostruzioni sulla sua vita, testimoniò inoltre che gli animali venivano accuditi correttamente.

La sua storia appartiene a un’altra epoca, con conoscenze e standard di gestione molto diversi da quelli attuali, ma il principio che la guidava resta sorprendentemente moderno:

un animale abbandonato non diventa meno importante solo perché non appartiene più a nessuno.

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Pensò ai suoi cani anche quando non avrebbe più potuto farlo

Gli ultimi anni costrinsero Kate a rallentare.

La salute peggiorò e, dopo diversi ictus, dovette trasferirsi nella casa di riposo Kingsclear. Ma prima di lasciare definitivamente la propria casa aveva già pensato a cosa sarebbe successo agli animali.

Creò infatti un fondo fiduciario per garantire che i suoi cani continuassero a essere accuditi anche dopo la sua morte. Gli ultimi sette animali rimasti vennero poi sistemati in strutture dedicate.

È forse uno dei dettagli che raccontano meglio il suo rapporto con loro.

Non bastava salvarli nel momento dell’emergenza.

Per Kate significava assumersi una responsabilità che continuava anche quando lei stessa non sarebbe più stata presente.

Morì il 4 agosto 1979, a 84 anni.

Sulla sua tomba sarebbe rimasta una definizione semplice: “Devoted Friend to Animals”, un’amica devota degli animali.

Fonte: Dr Vicla Sgaravatti

Fonte: Dr Vicla Sgaravatti

Cosa resta davvero

Oltre 600 cani possono sembrare soprattutto un numero.

Ma nella vita di Kate Ward significarono oltre 600 incontri con animali che avevano perso una casa, erano stati abbandonati o rischiavano di non avere un futuro.

Non aveva i mezzi di una grande organizzazione.

Non aveva social network attraverso cui chiedere aiuto.

Aveva un piccolo cottage, un carretto di legno e una convinzione difficile da scalfire: anche il cane che nessuno vuole continua ad avere diritto a essere protetto.

Per più di trent’anni trasformò quella convinzione in gesti quotidiani.

Ed è forse questo ciò che rende ancora oggi così potente la storia di Camberley Kate.

Non salvò centinaia di cani con un unico gesto straordinario. Lo fece scegliendo, ogni volta che ne incontrava uno, di non lasciarlo solo.

 

Autore: Mauro Calabrese

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